Ricerche

Fino al sole

Era l’aurora quando, tra i rami del grande albero, la farfalla nera vibrò per la prima volta le sue ali.
Incontrò la sua vasta famiglia e giocò con le sorelle per tutta la mattina.
Mentre giocava, una farfalla saggia gli offrì del nettare e gli narrò la leggenda della nascita del sole e di come aveva dato la vita alla Prima Farfalla.
La farfalla nera decise così di raggiungere il sole, per vedere com’era fatto e se fosse davvero tanto splendido. Cominciò a volare intorno al grande albero, sempre più su, verso il tetto verde della foresta infinita.
Per poco non rischiò di finire nella tela di un ragno, ma una farfalla rossa la avvertì appena in tempo. Era bellissima, con sfumature vive di sangue e fuoco.
Si amarono tra le rughe della corteccia del grande albero; poi lei volò via, con un ultimo bacio, a deporre le uova.
La farfalla nera riprese il suo viaggio. Presto i rami e le foglie si diradarono e apparve la vetta. La farfalla nera contemplò in silenzio l’Oceano verde della foresta e l’Oceano blu del cielo, che si abbracciavano senza fine tutto intorno a lei.
Lassù, il sole. Era ancora più splendido di quanto le leggende narravano.
La farfalla nera restò a osservarlo fino al tramonto, quando anche le sue forze iniziarono a svanire.
Si posò sulla foglia più alta del grande albero.
Sospirò. Chiuse gli occhi.
Pensò che la sua era stata una vita meravigliosa.

Il Gioco del Mondo

Il Gioco del Mondo fu inventato da un filosofo del Catai: il giocatore disponeva di milioni di forme geometriche e doveva farle combaciare tutte. Esisteva un’unica soluzione, ma nessuno riusciva a trovarla.
Il Gran Khan promise il suo regno a chi avesse risolto il rompicapo. Tutto vano.
In punto di morte, però, ebbe un’illuminazione: «E se non ci fosse soluzione? Se il Gioco del Mondo fosse solo un vortice di incompatibilità e disperazione – forme che si cercano e si lasciano, senza mai ritrovarsi? Qualcuno ci ha mai pensato? Sarebbe il gioco perfetto.»
Morì e il quesito restò insoluto.

Erososto l’eremita

Erososto l’eremita trascorse la vita a cercare una soluzione filosofica all’infelicità.
Nel suo bruno rifugio battuto dal vento, formulò un teorema che conciliava il tetrafarmaco epicureo, il platonismo e il cristianesimo.
Il giorno della sua morte, si ritrovò circondato per la prima volta da decine di monaci e contadini che lo consideravano santo e venerabile. Col cuore in subbuglio pianse.
Le sue ultime volontà furono di bruciare i suoi scritti. «Sono figli della solitudine,» spiegò «non condurranno mai alla felicità.»
Oggi questo filosofo risulta quasi dimenticato. Ma se andate nella selvaggia Cappadocia, qualcuno potrebbe raccontarvi di lui.

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