LGBT

La mano sospesa

«Sono lesbica» esclamò l’attrice sullo schermo.
La mano di Angela si bloccò, congelata a pochi millimetri dalla bocca.
Laura Tolmin, la sua diva. Anche lei.
E se lo era lei, così bella e famosa, così stimata da tutti, allora forse…
«Ai miei fan vorrei dire che se amici e genitori oggi non vi capiscono, vi capiranno in futuro. Io ci sono passata ed eccomi qui: ce la potete fare anche voi»
…forse era possibile vivere.
Si alzò dal letto, andò in bagno e buttò le pillole nello scarico. Non riusciva a credere di sentirsi così meglio.

Speciale di fine Estate

Atto terzo

“E adesso? Cosa facciamo adesso?”
Ingrid alzò lo sguardo, rigido come il volto di una statua e si chiuse nei suoi pensieri.
La luce della platea s’insinuava sotto il sipario e pian piano, arrossendo raggiungeva lo sparuto gruppo di attori che, immobili, nel bel mezzo di un cambio di scenografia si scambiavano occhiate di puro terrore.
Johann, l’unico già cambiato per il terzo atto, afferrò per le spalle il piccolo Thomas. “Sei sicuro che fossero le SS? Sei sicuro che li abbiano trovati?”
Thomas, ancora sudato per la corsa forsennata tra i vicoli di Stoccarda, si divincolò dalla stretta del giovane attore biondo e rispose trafelato: “Sì, mein herr, sono arrivati all’albergo, hanno obbligato la mamma ad aprire il vostro appartamento. Ho sentito le grida della signorina Lydia, poi delle fortissime botte, come se qualcuno fosse caduto sul pavimento. A quel punto è tornata di corsa la mamma, che mi ha detto di venire qui ad avvertirvi.”
“Verranno a prenderci,” bisbigliò Stella. Nel cambio di acconciatura tra il secondo e il terzo atto, non aveva fatto in tempo ad appuntarsi con i fermagli tutte le ciocche di capelli nella grande crocchia che il suo personaggio aveva nella parte finale del dramma; una lunga ciocca bionda le scendeva, come fosse evasa dal resto dell’acconciatura. “Verranno a prenderci!”
“Calmati, Stella,” le si avvicinò la vecchia benevola Magdalene, che in tutti i loro drammi interpretava il ruolo di sua madre.
“Come faccio a calmarmi?” si alzò in piedi, avrebbe urlato, ma d’istinto le venne da parlar sottovoce, perché in ogni caso erano dietro al sipario, dove si apre la bocca solo per pronunciare le proprie battute. “Lo sapete che succede a chi nasconde gli ebrei? Lo sapete cosa gli fanno? Dove li portano? Io ho sentito certe storie che …”
“Non possiamo sapere se quelle storie sono vere o soltanto dicerie!” la interruppe bruscamente Horst. Aveva ancora la scala in mano, per togliere i quadri appesi alla parete, il terzo atto si sarebbe svolto in un esterno.
“Ah no?” sbottò Stella, la ciocca ribelle che tremava dalla rabbia. “È mai tornato qualcuno di quelli che sono stati sorpresi a nascondere ebrei? È mai tornato qualcuno? No, Horst, sono scomparsi tutti!”
“Silenzio, per favore!” Tutti si voltarono a osservare il capocomico, Sigmund, che fino a quel momento era rimasto imbambolato, il copione chiuso in mano, il costume di scena per metà del secondo atto e per metà del terzo. “Silenzio, cerchiamo di non perdere la testa.”
Stella si coprì il viso con le mani, la vecchia Magdalene stretta al suo fianco. Ingrid pensò d’istinto che Stella si sarebbe portata via tutto il trucco, se continuava a toccarsi così selvaggiamente il viso. Si sentì in colpa per averlo pensato, non era quello il momento, la situazione era seria e una persona normale avrebbe pensato al modo migliore per salvarsi la vita.
“Dobbiamo fuggire!” sentenziò Horst, la scala stretta in mano come una gigantesca arma metallica.
“E dove?” replicò Johann. “C’è forse qualche luogo della dannata Europa che non sia in mano al Führer? Oh sì, Londra, magari, ma bisogna arrivarci a Londra!”
“Se vogliono trovarci, ci troveranno,” commentò tetro Sigmund. “Lo hanno appena fatto, no?”
Ingrid si morse il labbro: eppure erano stati così attenti, avevano programmato la tournée in modo da non sostare più di due notti di fila nello stesso luogo, avvicinandosi sempre di più al confine; una volta arrivati in Italia un battello da Genova l’avrebbero trovato, gli Italiani si lasciano corrompere facilmente e a loro – a Ingrid – la grana non mancava. Lei, la finanziatrice della compagnia, aveva ereditato una somma faraonica da un suo lontano zio bavarese e aveva deciso di impiegarla per la compagnia stessa. “Ci pensate?” aveva detto agli altri attori quella sera dell’agosto del ‘38, “Niente più compromessi con gentaglia che non ci paga, niente più opere da strapazzo né drammi per la propaganda. Con questi soldi faremo arte, quella vera, come quella che ogni attore meriterebbe di mettere in scena.”
Quando gli altri le avevano fatto notare che con tutti quei soldi avrebbe avuto una vita da regina e che quella era una scelta nobile ma avventata, Ingrid aveva risposto seccamente: “Una vita da regina? L’arte è l’unica cosa che mi va sentire viva.”
Lì per lì gli altri attori l’avevano preso come uno slogan proclamato sull’onda dell’orgoglio e dell’emotività. Man mano che passavano i giorni e le settimane, Ingrid aveva cominciato davvero a investire le sue sostanze in scenografie, costumi, attrezzatura di scena, a cercare ingaggi e date per tutti i teatri della Germania, concedendosi persino il lusso di poter scegliere dove andare e dove no. Un sogno, né più né meno.
Lydia era stata una delle più entusiaste. La sua amata Lydia.
L’aveva conosciuta nel ‘34 a Berlino, quando era poco più che una studentessa di recitazione. Ingrid non credeva di potersi innamorare così. Era stata sposata, ma la vita da brava donna di casa le stava troppo stretta. Sua madre le consigliò di chiedere il divorzio, ma suo marito a quella richiesta le riempì la faccia di schiaffi.
Così la sera del 15 luglio del 1928 – non avrebbe mai dimenticato quella data – quando l’amorevole sposo tornò a casa, semplicemente non la trovò più.
Aveva giurato a se stessa di non ricaderci più, non c’era amore che valeva la libertà di fare le proprie scelte, la libertà di seguire una compagnia di attori, di viaggiare, di amare persone diverse, di scoprire se stessa e il mondo che la circondava, ben più ampio delle quattro mura in cui era stata rinchiusa.
Ma queste parole divennero fumo quando conobbe Lydia. La baciò per la prima volta il 21 dicembre del 1934 – altra data indimenticabile – dopo la prima del Macbeth e quante polemiche per aver messo in scena un dramma non tedesco! Quel bacio fu lungo e pieno di vita, un bacio vero, il primo vero bacio della sua vita. Non avrebbe mai più desiderato baciare altre labbra.
Nessuno, a parte la compagnia, ne era a conoscenza, i giornali parlavano di “un’intima sorellanza tra due splendide e talentuose attrici.” Dopotutto il Reich aveva assunto una posizione piuttosto chiara nei confronti di determinati atteggiamenti.
“Se non è Londra,” insisteva Horst, “sarà un altro luogo!”
“Non esiste un luogo dove andare!” replicò sottovoce Johann.
“E allora? Vorresti rimanere qui come un idiota mentre le SS vengono a catturarti?”
“Sapevamo di correre questo rischio, nascondendo Lydia, lo sapevamo fin dall’inizio.” La voce di Ingrid risuonò bassa come il canto di uccello notturno. “Voi avete paura di morire? Per quanto mi riguarda, ora che l’hanno presa, io sono già morta per metà.”
Al di là del sipario si diffuse un leggero brusio, passi pesanti e decisi invasero la sala.
“Sono loro!” squittì Stella.
“No, solo qualche ritardatario,” cercò di rassicurarla la vecchia Magdalene.
“Ti dico che sono loro,” insisteva Stella. “Sono venuti a prenderci!”
“No, Stella, sono venuti a prendere me.”
Gli altri attori si voltarono cerei. “Che stai dicendo, Ingrid?” le chiesero in un coro di bisbigli.
“Dico che Lydia era nascosta nell’appartamento, che ho affittato a mio nome. Voi non sapevate che è ebrea. Io non ve l’ho mai detto.”
Johann fece per controbattere, aprì la bocca, ma poi la richiuse subito, senza proferir parola.
Magdalene la osservò, gli occhi velati di pianto. Non disse nulla, la abbracciò forte. Esattamente come una madre vera.
Restarono lì in silenzio per anni interi, secoli forse, sovrastati dal brusio della platea e dai passi feroci che circondavano il palco. Non furono mai così tanto fratelli e sorelle.
“E ora basta con le lacrime,” intimò come faceva di solito. Non era il capocomico, ma era quella che pagava, perciò le era concesso dare ordini. “C’è una scenografia da cambiare, Horst; Sigmund, sei il capocomico, almeno tu finisci di indossare per bene il costume di scena; Stella, sistemati capelli e trucco, sembri un clown; Madgalene, aiutala e mi raccomando la voce o sembrerà che tu stia sgranando un rosario; Johann, ricorda: niente sospiri, questo non è l’Amleto.”
In men che non si dica il secondo atto divenne il terzo, il capitolo finale del dramma, gli attori si cambiarono, si truccarono e imparruccarono, i quadri vennero staccati e al loro posto apparvero delle anfore con dei fiori, a richiamare vagamente un giardino in primavera. Ingrid avrebbe aperto la scena, nel ruolo della perfida antagonista.
L’avrebbero uccisa perché aveva nascosto un’ebrea, l’avrebbero uccisa perché amava un’altra donna, l’avrebbero uccisa perché osava ancora mettere in scena drammi non tedeschi. Eppure lì su quel palcoscenico Ingrid si sentiva forte. L’arte, quella vera e pulsante che le scorreva nel sangue e le riempiva i polmoni, fatta della sostanza della creazione e dell’amore, quell’arte nessuno mai gliel’avrebbe mai tolta: travalicava la vita e la morte, travalicava lei stessa, sarebbe stato come dire di poter uccidere Dio.
Si pose di fronte al sipario fiammeggiante di riflessi rossi. “Amici, andiamo in scena. Per l’ultima volta. Sipario.”

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